Vino, uomini e canto

Dave Koz, classe 1963, è un sassofonista californiano con alle spalle una dozzina di album a suo nome e decine di collaborazioni, tra cui Burt Bacharach, Ray Charles, Natalie Cole, Celine Dion, Shelby Lynne, Kenny Loggins, U2, Barry Manilow, Michael McDonald, Luther Vandross e Rod Stewart. Nel 2009, grazie ai dischi di platino ottenuti, si è guadagnato una stella sulla Walk of Fame di Hollywood; è conosciuto anche come supporter e difensore di cause umanitarie, imprenditore e conduttore radiofonico (www.davekoz.com). Nel 2004, contestualmente al suo coming out pubblico avvenuto su The Advocate, è stato nominato dalla rivista People come uno tra i 50 scapoli più appetibili negli Stati Uniti. Dal 2005 ha iniziato a organizzare crociere in cui, per una settimana, intrattiene il pubblico con una vasta scelta di concerti e altrettanti artisti famosi per offrire ai suoi ospiti un’esperienza indimenticabile.
Lo abbiamo incontrato al Blue Note di Milano dove si è esibito al termine della crociera che lo ha portato nel Mediterraneo quest’anno.
È appena terminata la tua crociera “Music on the Sea” nel Mar Mediterraneo. Com’è nata l’idea della crociera “musicale”, esperienza che porti in giro ormai dal 2005?
All’inizio non ero molto dell’idea. Poi mi hanno invitato a bordo e ho scoperto che era un’esperienza davvero speciale, perché tu puoi assistere a molti concerti, ma soprattutto vivi una settimana di viaggio in una sorta di grande famiglia assieme ai musicisti, di cui difficilmente avresti potuto fare conoscenza, se solo ti fossi limitato ad assistere a uno dei loro concerti sulla terra ferma. E poi ci sono all’incirca 200 attività pianificate, tra cui corsi di musica, seminari, e altro. che iniziamo a organizzare un anno prima della crociera. L’anno prossimo sarà in Alaska, sicuramente un’esperienza da vivere.
Sicuramente in primis sei un musicista, ma anche un conduttore radiofonico e addirittura un produttore di vino…
In realtà non lo produco; mi limito a firmare quelli che io ritengo dei buoni vini californiani. Ci vuole attenzione per produrre il vino e credo che il migliore sia prodotto in Italia. Vi posso dire che mi sono gustato diverse bottiglie qui. Ieri sera ne ho bevuto uno spettacolare dell’azienda veneta Masi. Non ho una conoscenza specifica per il vino. Però mi piace. Il fatto è che vino e musica stanno bene assieme, soprattutto con il jazz. Alcuni anni fa ho preso l’iniziativa di vendere vino con il mio nome per finanziare la Starlight Children’s Foundation, un’associazione mondiale che aiuta soprattutto i bambini che debbono essere sottoposti a cure particolarmente lunghe in ospedali. In poco tempo, con la vendita di vino, abbiamo ricavato un bel po’ di migliaia di dollari da devolvere a favore dell’associazione.
Insomma, se dovessimo parafrasare un valzer di Strauss, la tua vita è “Vino, uomini e canto”?
Si, forse. Riassumono il meglio della vita. Amare, la musica, il cibo, il vino… rappresentano “La dolce vita”. Gli italiani, che io adoro, sanno apprezzare la dolcezza della vita. Sanno come gustare ogni momento come una piccola goia. Quando vengo qui cerco di assimilare questa esperienza e portarla nella mia vita.
Parliamo di musica. Partendo dal tuo secondo disco, Lucky Man, uscito vent’anni fa, attraverso Saxophonic del 2003, fino all’ultimo di quest’anno Summer Horns, è cambiato qualcosa nel tuo modo di fare musica?
Credo di essermi preso dei rischi apportando qualche cambiamento nel modo di fare musica e cercando di portarmi appresso il mio pubblico. Ma l’essenza è la medesima di quando ho iniziato, voglio che la gente che mi ascoltasenta ciò che provo io, a volte melodico, a volte funky… le sensazioni che ti fanno stare bene in maniera inclusiva con gli altri, come una sorta di caldo abbraccio. Siamo tempestati oggigiorno da brutte notizie che buttano giù il tuo spirito; la musica è qualcosa che può – non importa di quale cultura tu faccia parte – riportare su il tuo spirito. Questo è il motivo per cui sono orgoglioso di fare musica e che apporta una carica di energia nella mia vita. Rendere felice le persone, io incluso. La musica è comunicazione.
La musica come terapia contro la solitudine, quindi. Quanto credi possa essere importante la musica per un adolescente che si sente ai margini della società?
La musica è la mia vita. Se torno indietro a quando ero tredicenne pensavo: “O mio Dio, cosa sono? Cosa sto facendo?” Riponevo tutte le mie emozioni sul mio sassofono; è stato ed è ancora oggi il mio migliore amico e confidente. Ma anche per le persone che non sono musicisti, la musica è come un santuario per tutti quelli che si sentono ai lati della vita. E se tu non ti senti parte di questo mondo, la musica è come una chiesa o una sinagoga in cui tu sei sempre il benvenuto e ti senti sempre a casa. Conosco molte persone gay che trovano nella musica il loro “posto” dove vivere al meglio la propria vita. La musica è liberazione dalle costrizioni, pensa ad esempio alla gente che ballando in discoteca può liberare le proprie emozioni, la musica ti fa dire: “Sono vivo”.
Grazie ai testi contenuti nel rock e nel pop la gente può immedesimarsi, ma cosa possiamo dire di una musica, il jazz, che è principalmente strumentale?
Senza i testi è meglio. Non hai barriere dovute al linguaggio. La musica è un linguaggio universale. Ma hai ragione, non ci sono molti gay attratti dal jazz. Io penso che sia dovuto a un preconcetto perché si pensa spesso che il jazz sia una musica difficile a prescindere. La dance è la quintessenza della musica per i gay. Ma qualcosa cambia specialmente quando le persone invecchiano; i loro gusti cambiano. Tuttavia ci sono musicisti jazz che tentano di sanare questo gap. Ad esempio Robert Glasper lo scorso anno ha prodotto un album (Black Radio, di cui peraltro è appena uscito il secondo volume, ndr) in cui amalgama jazz, R&B e hip-hop, creando un mix che piace ai ragazzi, agli appassionati di jazz e a quelli del pop. Questa potrebbe essere una chiave per sanare il gap tra i diversi stili musicali.
A ogni modo due anni fa Gary Burton disse che se salendo su un palco si fosse agghindato come Elton John, probabilmente avrebbe avuto più successo, perché il jazz, da solo, non paga…
Gary Burton è uno dei miei eroi nella lista molto corta di jazzisti dichiaratamente gay, assieme a Fred Hersch e, più addietro, Billy Strayhorn, che durante la sua vita in realtà non si dichiarò mai, ma la storia racconta che venne fuori che era gay. Quando decisi di fare coming out chiamai Gary Burton per sapere come comportarmi. Lui mi disse che con il suo coming out non ebbe mai esperienze negative, né fu mai giudicato dai suoi colleghi e dai suoi studenti. Così è stato per me: solo amore e accettazione. Pensavo fosse una cosa grossa e invece… nulla. Si, certo, le interviste, ma questa è solo una parte di me, anche se la mia musica ne ha risentito. Mi sono detto: “Ok, ho avuto abbastanza successo. Se qualcosa dovesse cambiare da domani l’importante è che io vada fiero di quello che sono”. Saxophonic è uscito proprio in concomitanza alla mia presa di coscienza di voler fare coming out. E si sente.
Anni fa David Leavitt disse che gli piaceva la lingua italiana perché in Italia si sentiva prima di tutto uno scrittore e poi, eventualmente, gay, mentre negli Stati Uniti era considerato un “gay writer”…
Si, certo. Comunque io sono orgoglioso di essere uno dei pochi musicisti dichiarati (“out musician”) , non solo nel jazz, ma nel panorama musicale in genere.
In Italia i musicisti dichiaratamente gay si contano sulle dita di una mano…
Io credo che sia anche perché nella cultura italiana, l’immagine del maschio è da duro, da eroe… ahh (sospiro), adoro gli italiani. Credo che in una settimana qui in Italia di essermi innamorato almeno 600 volte per ogni accento o viso… Forse perché in molti uomini prevale l’idea che essere gay significhi perdere mascolinità, e credo che questo valga per molti gay italiani. Negli Stati Uniti questo tipico atteggiamento maschile sta cambiando, grazie anche al nostro presidente e al matrimonio egualitario.
A proposito: per il tuo video a favore del matrimonio egualitario (www.youtube.com/watch?v=alJMniahEIc) hai scelto This Guy’s In Love With You di Burt Bacharach, ci spieghi questa scelta?
Ho sempre amato questa canzone e ho pensato potesse essere vista con una lente gay, è una canzone d’amore universale, per questo l’ho scelta.
Torniamo al tuo coming out avvenuto pubblicamente su The Advocate. Dopo questo avvenimento trovi sia cambiato qualcosa per quanto riguarda il tuo pubblico?
Nel 2004 era estremamente raro che un musicista facesse pubblicamente coming out attraverso un giornale. Dopo questa intervista ho ricevuto molti messaggi di supporto molto appassionati e congratulazioni da parte dei fan e dei colleghi. Onestamente non so se sia legato al fatto di essermi reso più popolare attraverso una testata o al fatto di aver fatto coming out, tuttavia ho constatato una maggiore affluenza ai miei concerti e una crescita nelle vendite dei miei dischi.
Credo che quando finalmente ti liberi di questo peso diventi una persona più completa, energica e le persone rispondono dicendo: “Mi piace questa persona”. È molto più piacevole essere una persona completa che uno diviso a metà come ho vissuto per molti anni. Tuttavia è un discorso molto personale, non tutti sono pronti per farlo o lo possono fare prima di una certa età. Rimango meravigliato quando sento di ragazzi 15/16enni che fanno coming out davanti alla famiglia e agli amici. Io l’ho fatto a 20 anni con i miei, ma un conto è con i tuoi amici o la famiglia, un conto è pubblicamente. Nonostante penso sia positivo dire ciò che sei – perché significa che tu sei autentico – debbo riconoscere che ognuno deve prendersi i suoi tempi senza che nessun’altro faccia pressione dall’esterno per questo.
Nel 2007 hai registrato un cd, At The Movies, dedicato alle colonne sonore e prodotto niente meno che da Phil Ramone. Credi che l’immaginario gay sia particolarmente legato al cinema in genere e di conseguenza alle colonne sonore che diventano così un oggetto di culto?
Innanzitutto amo il cinema sin da bambino, quando mi rifugiavo per due ore in una sala mangiando pop corn, perché mi permetteva di fuggire dal mondo reale, così come per gli adulti. Allora non mi rendevo conto dell’importanza della musica nei film, ne ho preso coscienza e me ne sono innamorato più tardi. Il film è il soggetto, ma la musica rappresenta l’astronave che ti permette di entrare nel vivo dell’azione. La musica ti trasporta dove vuoi, è la sua potenza. Questo progetto l’ho desiderato sin da giovane. Il sax è un ottimo strumento per accompagnare le colonne sonore, circondato da un’orchestra al completo e con un produttore come Phil Ramone, un uomo meraviglioso. Comunque non è un caso che l’album inizi con un sample di Judy Garland che canta Somewhere Over The Rainbow, alquanto gay, no?