Un tipo atipico

A settembre abbiamo recensito su queste pagine Un tipo atipico, il tributo a Ivan Cattaneo che un nutrito numero di musicisti italiani ha dedicato all’autore di Polisex e Maria-Batman. Ingeneroso riferirsi al cantautore di Pianico esclusivamente come fautore e interprete di ripescaggi riferiti alle hit anni ’60, che un trentennio fa gli offrirono un successo fuori dal comune e che però determinarono la sua decisione di slegarsi da un mercato discografico poco incline alla sperimentazione. Da allora, oltre a comporre musica e testi per sé e per altri colleghi, Ivan ha approfondito e applicato alle proprie opere il suo concetto di multimedialità con la TUVOG, l’arte dei cinque sensi, che travalicando confini (come esprime sul suo sito www.ivancattaneo.it) utilizza spregiudicatamente sia la fotografia digitale che il disegno a mano libera, la musica, il racconto orale e il video. L’anno prossimo è prevista una sua mostra personale a Milano; nel frattempo sta scrivendo nuovi brani per Mina e Patty Pravo e sta lavorando a un progetto di video racconti dal titolo emblematico: Scruto lo scroto. Militante della prima ora negli anni ’70, oggi attento osservatore e critico nei confronti dei vizi italiani e della comunità LGBT.

Dalla stagione che ti vide sulle barricate assieme a Mario Mieli sono trascorse tre generazioni. Siamo passati dalla condanna dell’omosessualità a quella dell’omofobia e dalla omosessualità come comportamento a identità e rivendicazione per i diritti. Come vedi la situazione della militanza attuale?

È cambiato tutto e contemporaneamente niente perché a oggi, di diritti nemmeno l’ombra. Tutto perché all’inizio il movimento era una sorta di setta carbonara; facevamo autocoscienza, prendendo ispirazione dalle femministe, assieme a Mario Mieli, Corrado Levi e altri del FUORI. Si trattava di verificare i propri desideri e trovare una collocazione nella società di allora che, per certi versi, era più libera, anche se considerava l’omosessuale come un personaggio folkloristico. Era impensabile allora parlare di diritti, matrimoni… A noi interessava la libertà di esprimerci, la visibilità, il diritto di esistere. Oggi c’è una parvenza di interesse anche all’interno della politica, seppure i risultati ancora non si vedono, però almeno se ne parla. Una volta semplicemente non esistevamo. Ai tempi nostri avevamo coraggio; il nostro era un sano isterismo provocatorio. Essendo anche una isterica rockstar ero talmente esaltato che ogni volta che mi guardavo allo specchio mi chiedevo un autografo (ride, N.d.R.).

La questione oggi sembra dunque aperta, allora cosa blocca l’Italia, secondo te?

In Italia la politica è influenzata dal Vaticano. Basti pensare al primo gesto compiuto dal commissario Tronca appena giunto a Roma: ossequiare il papa. La sudditanza dell’Italia al Vaticano è nel nostro DNA. Se presi singolarmente alcuni politici appoggiano le nostre rivendicazioni (tranne omofobi incalliti alla Giovanardi o Lupi), ma appena debbono rapportarsi al partito tornano subito tapini e viscidi per questione di voti, di elettorato. Non sono liberi di esprimersi. Oltretutto non bastano nemmeno le bacchettate del Parlamento europeo sulla questione dei nostri diritti: i nostri governanti dichiarano che quella per i diritti civili non è una priorità; in realtà tergiversano per non inimicarsi il Vaticano.

Una Chiesa che evidentemente non è accogliente verso tutti…

È una Chiesa ipocrita che frena laddove invece dovrebbe essere disponibile a un dialogo, perché ci sono coppie gay che cercano la “normalità” in un rapporto monogamo e vorrebbero rendersi in tutto simili alle famiglie tradizionali. Negli anni ’70 noi avevamo un desiderio anarchico; nessuno si sarebbe voluto sposare, o avere ad esempio il diritto alla reversibilità, eravamo per il sesso libero. Oggi molti gay cercano invece di imborghesirsi.

È un falso mito quello della fedeltà?

Io ho un concetto ampio di fedeltà mentre, tra i tanti inganni, la Chiesa ha creato anche questo: ha voluto coniugare il sesso all’amore, per far sì che uno sia indissolubilmente legato all’altro. Se è unito, ben venga, è come vincere un terno al lotto; però se viaggia separato… uno può essere un libertino e avere al contempo un grande amore. Io non ho questo mito della fedeltà, se vogliamo un po’ piccolo borghese. Io voglio così bene alla persona che amo che andrei a procuragli i ragazzi da portarsi a letto… purché sia felice. Quando arrivi a fare questo vuol dire che sei al di sopra dei giochi di gelosia e possesso e che ami veramente una persona.

A proposito, come vedi questo papa?

Io lo considero un papa mimetizzato. Perché rispetto al precedente, che era nemico, questo sembra studiato e messo a punto da un’indagine motivazionale, il prodotto di un grande marketing. Non mi convince questa immagine di povertà, sembra studiata a tavolino per restituire l’idea di una chiesa diversa, più alla portata del popolo, meno intellettuale, più terra terra. Ma in sostanza non sta prendendo posizione. Da un papa che decide di vivere in un appartamento di 50 metri quadrati, mi aspetto qualcosa di più determinante. E poi vogliamo scherzare? Un gesuita che gioca a fare il francescano?

La Chiesa non è l’unica ad opporsi alle unioni civili. Ci sono frange ancor più integraliste come le sentinelle in piedi…

Inconsciamente le sentinelle hanno paura perché non sono sicuri di sé, del loro credo; sono consci del fatto che i loro matrimoni tradizionali si stanno sgretolando e non certo per colpa dei gay. Se io fossi veramente sicuro della mia famiglia, del mio matrimonio, del mio credo cattolico, ecc., saprei anche dal profondo del mio cuore, che se un individuo a me totalmente estraneo si sposasse con una altro dello stesso sesso, non toglierebbe o aggiungerebbe proprio nulla alla mia granitica certezza bislacca di sacra famiglia! Questa gente ha paura perché intuisce che il mondo sta cambiando per tutti e, anche se molto, molto lentamente, sta cambiando in meglio! Invece la Chiesa invece nei nostri confronti sta combattendo una guerra civile: gay repressi contro gay emancipati. Molte delle vocazioni che arrivavano nei decenni passati alla Chiesa erano riferite a uomini che non osavano rivelare la propria omosessualità. Vivevano in famiglie che li avrebbero costretti a sposarsi, e siccome non volevano avere un rapporto con una donna, piuttosto sceglievano la via del sacerdozio. Il clero dovrebbe inoltre capire che se non ci fossero stati i pittori omosessuali, le chiese sarebbero vuote, affrescate con carte da parati dell’Ikea!

Qualcuno afferma: “Come, proprio ora che nessuno si sposa più, volete sposarvi voi?”

Io ritengo che si possano avere idee contrastanti sui matrimoni in generale. Ciascuno è libero di sposarsi o meno. Ma gli omosessuali debbono averne la possibilità come gli etero. Se uno vuole rimanere uno spirito libero e scopare quaranta volte al giorno con quaranta partner diversi, liberissimo di farlo, però bisogna dare anche a chi ama la famiglia tradizionale la possibilità di realizzare il proprio sogno affettivo. Alcuni intellettuali utilizzano l’aggancio della vostra domanda per risolvere la questione con una battuta, quasi fosse un vezzo, un capriccio, una fissazione. Il matrimonio potrà anche risultare un mito piccolo-borghese, ma finché ci sarà quello canonico per gli etero, è giusto che questo sia esteso alle coppie same sex, senza per questo minare la famiglia tradizionale e la sua “sacralità”.

Tuttavia, non appena si parla di unioni civili tra persone dello stesso sesso, viene subito evocato il Babau delle adozioni… una scusa?

È un trucco subdolo, orrendo. Aprire alle coppie gay non significa aprire la possibilità alle adozioni, sia chiaro. È uno spauracchio per mettere in guardia anche chi vede di buon grado le unioni gay, ma non è d’accordo sulle adozioni. E, visto che siamo nell’epoca del riformismo, andiamo per gradi.

Oggi abbiamo più visibilità, anche in TV. Qual è secondo te il modello gay che piace alle casalinghe e alle nonne?

Senza dubbio non io, perché rispetto agli anni ’80 ho preso una parvenza diversa e non sono molto “accomodante”. In TV hanno successo “i froci formato famiglia”. Quelli che assecondano i desideri della famiglia etero, che non danno problemi, che ancora sono considerati folkloristici. L’omosessuale televisivo deve divertire il maschio, essere soggiogabile e fare ridere. Nei vari talk show, come consulente di costume il pomeriggio, o come opinionista di talent/reality la sera: ecco apparire qua e là solita checca ammiccante, retrò, egocentrica e perfettamente ignorante al punto tale da confermare i pregiudizi dell’impero maschilista che in TV la fa da padrone ancora! Quando invece inizi a porre delle problematiche e non riescono a giostrarti come vorrebbero, diventi pericoloso. L’omosessuale dà fastidio quando è una persona “normale”. Perché spaventa il fatto che vi siano maschi che percepisci come simili in tutto e per tutto a te, ma vanno a letto tra di loro.

A proposito di TV: sei sempre stato critico nei confronti dei talent. Perché?

I talent costituiscono una “maleducazione musicale”, perché giocano molto sul look, ma poco o nulla sulla creatività. I ragazzini che si presentano alle selezioni sono curatissimi e coccolati in ogni dettaglio: c’è chi cura il loro look, chi l’arrangiamento per una canzone già collaudata, chi ancora gli prepara la scenografia a effetto. Tutto preparato alla perfezione. Quando escono da questo contenitore, ammesso che abbiano avuto un grande successo, rimangono orfani. Perché si basano unicamente sulla loro voce, escludendo il bagaglio poetico, musicale, creativo. Avere una bella voce è un dono di natura, ma se non gli aggiungi la creatività, non serve a nulla. Quelli che producono i talent dovrebbero essere messi in galera, perché illudono una generazione di ragazzi ad avere successo in maniera facile. Braccia rubate a lavori magari più umili, ma utili, come il postino o l’idraulico.

 

Nel disco Un tipo atipico, il primo brano è stato lasciato a te. Come mai hai scelto proprio C’era una volta un re?

È un tributo personale a Nanni Ricordi che aveva interpretato la voce narrante nella versione originale in Primo, secondo e frutta (IVAn compreso). L’ho registrata assieme a una nuova versione acustica, solo voce e chitarra, di Polisex, che però ho tenuto al momento nel cassetto.

A proposito: cosa mi dici della versione di Polisex rivisitata da Gianni Leone?

È un interpretazione molto classica e fedelissima all’originale. Gianni è molto in gamba e meriterebbe molto di più nel panorama musicale. Purtroppo il mondo è dei più furbi e dei mediocri! Ci sono cialtroni, omosessuali, che da sempre nascondono anche la più gigantesca evidenza! Che tristezza… Gentaglia con poca arte e tantissima ipocrisia. Ricordo che da ragazzino, nel 1971, andai a Boario Terme a vedere il Balletto di Bronzo e ne rimasi folgorato. Vidi questo tastierista con i capelli lunghi, truccatissimo, straordinario! Un vero artista da riscoprire…

Cosa ti ha stupito di questo tributo?

Sono contento. I musicisti hanno rispettato le versioni originali, reinterpretandole secondo il loro gusto, conferendo alle canzoni una nuova forma. Per me questo omaggio ha una doppia valenza perché in genere nei classici tributi trovi le canzoni più famose. Nel mio caso, invece, spesso hanno scovato l’Ivan Cattaneo nascosto, quello cantautore che non è mai stato celebrato. Io ho un trascorso da schizofrenico. Sono nato negli anni ’70 come cantautore, ma ho raggiunto il successo negli anni ’80 reinterpretando le canzoni degli anni ’60. Ho provato una grande amarezza in quanto sono stato celebrato per qualcosa di cui tutto sommato non me ne fregava niente. Nonostante fosse nato come concetto di “archeologia moderna”, per me il revival era un gioco, una parentesi. Paradossalmente ho ottenuto successo per la mia voce e la mia qualità di interprete e non come compositore. Ciò non mi ha permesso di continuare a sviluppare la mia arte a livello di massa e, di fatto, mi ha relegato a quello di nicchia, o di minchia (ride, N.d.R.).

Hai sempre affermato che a te sta stretta l’etichetta gay, perché una persona non deve essere catalogata in base ai proprio orientamento sessuale. Tuttavia non pensi che non essere identificati in nessuna maniera potrebbe paradossalmente chiudere le porte al riconoscimento di diritti che sono appannaggio di una maggioranza eterosessuale?

 È opportuno un distinguo. Al tempo delle lotte con Mario Mieli eravamo per una sessualità “espansa”. Così come agli omosessuali, anche al maschio etero stava stretto il suo ruolo perché aveva l’ansia da prestazione, doveva dimostrare di saperci fare a tutti i costi e oltretutto vedeva nella donna emancipata una minaccia alla sua superiorità (da qui nasce spesso la violenza nei confronti delle donne). Oggi credo ancora che la rivoluzione sessuale la debbano fare tutti, ma a livello di diritti, devi far capire alla maggioranza che esistiamo. Se prima eravamo delle entità astratte e folkloristiche, ora siamo calati nel quotidiano e abbiamo bisogno di questi diritti. Poi probabilmente nella fase successiva assisteremo a una grande rivoluzione sessuale, ma è necessario andare per gradi. Bisogna prima creare il matrimonio egualitario, per affermare magari in un secondo tempo, che l’istituzione del matrimonio andrebbe abolita.

Ma allora, un artista deve o no fare coming out?

Io l’ho fatto quarant’anni fa al parco Lambro e successe il finimondo. Allora assumeva un senso rivoluzionario. Oggi ci sono cantanti che fanno coming out dopo essere stati per decenni degli omosessuali repressi, nascosti. Troppo facile, quasi ipocrita. È un discorso di onestà nei confronti del proprio pubblico. Tuttavia meglio tardi che mai, perché il coming out ha una funzione di risveglio sociale, di sensibilizzazione. È propedeutico. Essere omosessuali non è una questione personale come dire con chi vai a letto. È un dovere sociale. Nascondendo una parte importante di sé stessi si è insinceri nei propri e negli altrui confronti. Troppo comodo trincerarsi dietro al concetto di privacy. Puoi non rivelare chi sia il tuo compagno o le pratiche che metti in atto a letto, ma se sei un autore non puoi essere ipocrita. Ci sono colleghi che hanno scritto la propria biografia mentendo a sé stessi. Manco fosse la favola di Biancaneve…

Il nostro gaydar ci suggerisce che una serie di giovani cantanti appena usciti dai talent siano della nostra partita, ma a domanda diretta rispondono spesso con un no secco. Perché in ambito musicale, in Italia, c’è ancora paura a fare coming out?

Vero, i ragazzi che citate nella domanda sono ipocriti al punto di fingere una relazione etero. Tremendi. Vi racconto un aneddoto: anni fa chiesi a Nanni Ricordi come mai secondo lui nel mondo dell’arte nessuno si stupiva circa la mia omosessualità, mentre nel mondo della musica leggera c’era sempre stata ritrosia. Lui rispose che si può avere il coraggio di fare coming out se alle spalle c’è un mondo culturalmente preparato ad accettarlo; un ambiente che abbia una storia, come nel caso della letteratura o della pittura. Quello della musica leggera è ancora un mondo superficiale, spesso fasullo.

Sei nato come autore nel momento in cui iniziavano a nascere le radio libere in Italia. Oggi la radio è ancora libera come quella che cantava Finardi?

Oggi manca il referente principale, il disco, perché non si vende più. Non c’è molto di nuovo, a eccezione di pochi cantautori come Gazzé, Bersani, Cremonini. Ne sono in parti complici le radio, che erano nate come libere e invece oggi sono spesso corrotte. Se sei un prodotto di una major e la tua casa discografica paga, allora passi in radio, se sei indie, o alternativo… tesoro….(sospiro)

Parliamo di un tuo progetto nel cassetto: Scruto lo scroto. Già il titolo dà l’idea di “alternativo”…

Vorrei produrre un DVD dove riunirò il mondo visivo, ossia quadri, la video arte, i video racconti in cui saranno inserite delle canzoni. Incentrato sull’arte, la musica sarà solo una delle componenti; sperimentale ma non astrusa, piacevole all’ascolto. Io parto dal presupposto che la capacità di attenzione per una canzone sia di 90 secondi. Di conseguenza i brani non dureranno molto oltre; d’altro canto l’arte non si misura in minuti: Yesterday, per esempio, non arriva a tre. Il titolo si riferisce alla mia esperienza di sessantenne che non si considera nemmeno più omosessuale, nel senso che non pratico più sesso. Ho già tanto dato e ho tanto preso….

Come consideri i giovani gay di oggi e il loro rapporto nei confronti dei vecchi militanti?

Ritengo che la comunità LGBT dovrebbe essere un po’ coesa nei confronti di personaggi che ci hanno messo la faccia e che, anche grazie a loro, hanno reso possibile che le nuove generazioni vivano la loro omosessualità più liberamente rispetto al passato. Invece si dimentica presto, dando tutto per scontato, salvo poi stupirsi quando ancora si viene assaliti per strada. Evidentemente la cultura del rispetto non è arrivata dappertutto, non solo, ma si è perso il riferimento a grandi personaggi del passato, così come lo sono stati Pasolini, Wilde, ecc. Mi piacerebbe pensare a una nuova materia da insegnare nelle scuole, un’educazione omosessuale, che percorra la storia delle battaglie compiute dai personaggi del passato e della comunità LGBT in generale.

Per chi volesse saperne di più su Ivan Cattaneo, oltre al sito ufficiale (www.ivancattaneo.it)  raccomandiamo due canali su YouTube: quello ufficiale (www.youtube.com/user/STAFFicows) e quello creato da Bloom OGM, che ha rielaborato in HD e resi disponibili alcuni video inediti dell’artista (www.youtube.com/channel/UCsky7uT93na0Nf6Zsy6z3Bw).

 

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