Negare il gender

Il gender esiste, ma non è ciò che dice di essere. La rivelazione può apparire scioccante, soprattutto se pensiamo alle campagne che in questi mesi hanno visto su barricate opposte da una parte le Sentinelle in piedi e dall’altra le associazioni LGBT. Le prime ci mettono in guarda dai pericoli di un’ideologia che vorrebbe “pervertire” l’identità sessuale di migliaia di adolescenti, le seconde ci ricordano che sono tutte fandonie. Dove sta la verità?
Credo che occorra affrontante la questione partendo da due domande: cosa c’è di reale in certi discorsi? Facciamo bene a negare l’esistenza del “gender” in quanto tale?
Andiamo per ordine: il gender, o meglio, la gender theory, esiste. Lo dicono studi accreditati. Sara Garbagnoli, dottoranda presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, ha pubblicato su About Gender, una rivista specializzata, l’articolo “L’ideologia del genere: l’irresistibile ascesa di un’invenzione retorica vaticana contro la denaturalizzazione dell’ordine sessuale”, in cui spiega: il termine in questione – usato come spauracchio e descritto come un mix di comunismo, femminismo e induzione alla perversione – nasce nel 2003, in ambienti clericali, con lo scopo di screditare gli studi di genere. Tuttavia le cose che di essi si dicono, ci spiega la studiosa, “non hanno niente a che spartire con le ricerche prodotte nel campo […] né poggiano su alcun fondamento scientifico”. In altre parole: così inteso, il gender è e rimane una bufala.
Il suo uso è per lo più politico: stiamo vivendo un periodo storico in cui si è ripresa la questione dei diritti delle persone LGBT. Alcuni settori della chiesa, alleati con frange estremiste, fanno leva sulle paure delle persone più ingenue raccontando di fantomatici corsi di educazione sessuale a scuola che mirerebbero a far masturbare i bambini in aula o a esporli alla visione di materiale pornografico. Durante la piazza del Family Day, tuttavia, convocata contro il gender a scuola, si è visto però a cosa si mirava davvero: la manifestazione, infatti, ha scandito un secco no alle unioni civili, che non sono materia di insegnamento e che, a ben vedere, non verranno certo imposte nelle aule scolastiche!
Assodato ciò, è importante arrivare alla seconda questione, che può essere ribaltata così: come sta affrontando la comunità LGBT questa rappresentazione negativa della gender theory?
I social puntano sull’ironia. Per citare un solo esempio, la pagina “Il Gender” su Facebook raccoglie oltre dodicimila seguaci. I suoi punti di forza: linguaggio dissacrante, estremizzazione degli argomenti omofobi, creazione di meme divertenti, ridicolizzazione delle tesi avversarie, ecc. “Il gender farà vedere ai bambini delle scuole uomini nudi” si legge, riportando l’immagine del David di Michelangelo. D’altro canto, su altri social, come Twitter per esempio, ci si può imbattere in veri e propri flame (così nel gergo del web sono chiamati i litigi virtuali) tra i sostenitori degli schieramenti opposti. E per chi paventa il pericolo di bimbi sconvolti dalla vista di un dildo, ci sarà qualcun altro pronto a negare l’esistenza della stessa “teoria del genere”.
Eppure la gender theory, appunto, c’è ed è quel complesso di acquisizioni basate sugli studi femministi, i queer studies, le opere di Derrida e Faucoult, e caratterizzate da un’impronta politica di liberazione.
Il frutto di un lungo lavoro, durato decenni, per cui filosofi, giuristi, psicoanalisti, linguisti e altre categorie professionali si sono posti una semplice domanda: appartenere a una categoria connotata dall’appartenenza a un genere (ovvero essere maschio o femmina) o a un’identità sessuale considerata diversa (cioè essere gay, lesbiche, trans…) può essere motivo di discriminazione?
Da quelle domande è scaturito un sapere che ha portato, nel corso degli anni, il mondo a essere migliore, più egualitario.
Forse, quando ci troviamo di fronte qualcuno che usa il “gender” come un insulto, dovremmo ricordargli che non può permettersi di farlo. Perché dietro quella parola c’è un intero sistema culturale che fa parte della nostra storia e delle nostre rivendicazioni (e non solo).
E quel sistema non vuole annullare le differenze tra maschio e femmina, come cercano di far credere, ma cerca di fare in modo che tali diversità siano una ricchezza e non una scusa per perpetrare discriminazioni e violenze. Il movimento LGBT stesso, nell’approcciarsi alla questione, dovrebbe partire da questa evidenza. E farsi una risata di fronte ai casi più paradossali.

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