Decennio rosso, tra lotta armata e liberazione

Massimo Battisaldo e Paolo Margini
Massimo Battisaldo e Paolo Margini

Immaginate la sorpresa nel ricevere in redazione il romanzo verità di Massimo Battisaldo e Paolo Margini Decennio rosso Un racconto sulla lotta armata in Italia scritto da due militanti degli anni Settanta.

Perché un mensile che si rivolge a un pubblico LGBT dovrebbe ripercorrere gli Anni di Piombo e rivivere la realtà di gruppi armati come Prima linea e Formazioni Comuniste Combattenti con due protagonisti di quella stagione?

Dopo la lettura del libro lo abbiamo chiesto ai diretti interessati: Decennio rosso è la fotografia precisa di un momento in cui centinaia di giovani osavano imboccare un sentiero di libertà e liberazione (anche nell’uso del corpo) assumendosi, tra proposte culturali e politiche originali, la responsabilità di cambiare il mondo. Il giudizio sul significato di quel periodo e sul dolore che ha generato lo lasciamo al lettore. Resta che lo stesso mondo andrebbe rivoluzionato oggi.

Perché ha senso raccontare oggi gli Anni di piombo?
La lotta armata fu un’interferenza non prevista né sistematizzata che per oltre dieci anni ebbe un’influenza non comune sulla scena politica italiana. In tal senso coinvolse un ampio spettro di persone, tra militanti, simpatizzanti e non contrari. Come risultato di un’epoca finita è oggi raccontabile perché, a più di trent’anni da quella fine, sono ancora viventi la maggior parte dei soggetti appena menzionati, e non solo, ma anche di quelli della controparte, che in quei tempi si esplicitò a sua volta in termini numericamente rilevanti. Passato un sì lungo periodo, molti hanno messo mano alla penna e molti sono quindi i libri scritti su quell’epoca, fra cui sono anche quelli dell’antica controparte già menzionata nonché di chiunque abbia studiato quei fatti per qualsivoglia motivo. Noi abbiamo scelto la forma del romanzo storico laddove una contrastata storia d’amore è la trama che lega episodi sostanzialmente veri, magari acconciandone due per ricavarne uno, così come per brevità il numero di personaggi del libro è limitato: nella realtà eravamo molti di più.
Ma anche così raccorciato e ridotto alle sole situazioni di Milano e di Luino, abbiamo cercato di far capire i percorsi ideologici, psicologici ed emotivi di alcune tipologie di compagni visti nel momento della crescita e della crisi, della vittoria e della sconfitta, e del confronto progressivo con il significato di tutto ciò. Invece di integrare documentazione e saggistica abbiamo preferito dar vita a personaggi e scrivere dialoghi, allo scopo di esporre la dinamica dei fatti con il pensiero che soprassedeva in quel momento a quei fatti. Pur se Decennio rosso ha avuto una diffusione di nicchia, chi l’ha letto, soprattutto se era fuori da quell’epoca e da quegli ambienti, lo ha trovato interessante e coinvolgente, anche per la mole di dati in esso rappresentati. Questo ci soddisfa perché il senso non era infatti di un’operazione nostalgia.

Il vostro punto di vista è quello di coloro che hanno scelto la lotta armata. Perché?
Abbiamo entrambi partecipato alla lotta armata e, logicamente, siamo in grado di esprimere abbastanza bene i punti di vista di chi era come noi e con noi.

Quanto sono attuali temi come lo scontro con le istituzioni e il potere economico?
Non c’è giornata in cui in ogni bar non ci si accanisca contro ogni esponente del ceto politico e contro ogni suo stipendio. Constatiamo quotidianamente di detenere nella nostra nazione il record mondiale degli scandali, della corruzione, degli imbrogli, degli inghippi e dei labirinti di massa, cui si aggiunge una spietata repressione fiscale che vorrebbe rendere il popolo italiano pronto a pagare con nonchalance feroci multe quasi fossimo in Danimarca e ne avessimo i benefici, mantenendosi però italianissimi tutti quelli che direttamente o indirettamente su questo sistema comandano e ci guadagnano. Ciò che abbiamo appena esposto rappresenta però solo il pericolo pubblico numero due. Infatti tutti quelli coinvolti nei fatti e negli scandali appena accennati, pur messi assieme e pur sommando assieme tutte le prebende delle loro immense fregagioni, si trovano comunque solo in seconda posizione se il loro potere si paragona al dominio esercitato nel mondo intero, e a pieno titolo anche in Italia, dal nemico pubblico numero uno: le multinazionali.
Rispetto a un tempo, molta più gente sta comprendendo quanto la vita delle moltitudini sia determinata degli interessi di queste immense corporazioni. Oggi lo capiscono i ceti bassi, i ceti intermedi, i ceti alti ma fuori casta; lo sanno i lavoratori manuali, quelli intellettuali; lo sanno il poliziotto, il magistrato, il prete, il giornalista, il sindaco, il deputato, il capo del governo, i capi dell’opposizione, il presidente della Repubblica. Ma sanno anche che non possono farci nulla: le multinazionali sono ormai più potenti delle stesse nazioni e danno ordini: tutti quei soggetti appena elencati, se pur dotati di titoli altisonanti, volenti o nolenti devono alla fine ottemperare. Questo c’è, e tutti sanno che c’è. Ma se ne parla veramente poco perché è una realtà che incombe come un buco nero che tutto assorbe e ingoia, persino le chiacchiere contro di lei.
Il quadro generale che abbiamo sott’occhio è dunque questo: multinazionali + casta + pressione fiscale + crisi generale + fine del lavoro (cioè aumento del lavoro non pagato) + costo della vita + abolizione della domenica + nuove leggi di ferro italiane e europee + quelli che ci governano + Trilateral + USA + Germania + Russia + Cina + Arabia Saudita + Vaticano + Yalta + mafie varie + guerre + immigrazione + spreco + sfruttamento + violenza contro donne, deboli, diversi e emarginati, frutto dell’alienazione e della fusione di antiche ignoranze nostrane tuttora sussistenti con altre che purtroppo accompagnano l’immigrazione.
E dall’altra parte della barricata, dove c’è il popolo comune? Se non si lotta non si ottiene, se non si afferma la propria soggettività si soccombe. Cose risapute anche dal movimento gay. Infine c’è il dato più impressionante: quando noi due autori del romanzo nascemmo, sulla terra eravamo due miliardi e mezzo di umani viventi; però nel corso della nostra singola vita abbiamo visto questo numero non raddoppiato ma addirittura triplicato, il che è un fatto senza precedenti. Ci sentiamo quindi di affermare che, a meno di essere edonisti, solidi in banca e senza figli o nipoti o impegni sociali, c’è, da preoccuparsi!

La partecipazione ideologica di Sofia, la protagonista, alla lotta armata è anche occasione per raccontare la sperimentazione nei rapporti di coppia. All’inizio del romanzo convive con due persone con cui ha relazioni sessuali. Che cosa è rimasto oggi della rivoluzione sessuale?
La rivoluzione sessuale ebbe in Italia un effetto grandioso ma sottostimato e poco considerato. Non può essere valutata solo nei termini di maggiore o migliore accesso alla sessualità vera e propria, ma anche negli aspetti di libertà ad essa collaterali, quando non proprio addirittura centrali nella società di giovani che andava costituendosi: libertà dalla famiglia non solo da parte dei soli giovani uomini ma anche delle giovani donne; i ragazzi uscivano di casa il prima possibile e davano poche notizie di sé ai genitori, per cui saltarono in massa quei meccanismi tradizionali e secolari che avevano esercitato fino allora ogni controllo, e nei crani di gran parte della popolazione cominciò a farsi strada, faticosamente ma in generale, l’idea che fosse giusto godere della sessualità, che fosse giusto potersi fare gli affari propri senza essere criticati o dileggiati; che fosse giusto per le donne poter uscire di sera da sole senza più sentirsi trattare da svergognate; che fosse giusto poter viaggiare in autostop e conoscere l’Europa; che fosse giusto che la donna pareggiasse l’uomo e il diverso pareggiasse il normale.
Nella metropoli molto di ciò avvenne nel giro di pochi mesi. Fino all’estate del 1968 in qualsiasi scuola superiore una studentessa che avesse osato presentarsi a scuola con i pantaloni avrebbe ricevuto il voto di sette in condotta, che comportava essere rimandati a settembre in tutte le materie. La stessa cosa toccava a qualsiasi studente, questa volta anche maschio, che si fosse presentato a scuola con i blue jeans. Infine sanzioni tremende potevano essere inflitte ai ragazzi che non si tagliavano più la chioma e divenivano capelloni. Tutto ciò proprio quando la rivoluzione rock proveniente da Liverpool diceva a tutti i giovani della terra, studenti, operai o vagabondi, che gonna e pantalone valgono uguale, che i blue jeans erano la bandiera dell’anticonformismo e della ribellione, che i capelli lunghi erano il meglio in assoluto, visto che il sistema e i benpensanti e i militaristi e i bigotti li volevano corti.
Quel sistema crollò in poco tempo come un castello di carte dopo un grande starnuto, creando un vuoto di potere che fu suffragato per un bel po’ di tempo dall’assemblearismo nella scuola e nella fabbrica, e per non diventare obsolete, arcaiche e anacronistiche, tutte le istituzioni dovettero prima o poi piegarsi per acquisire e adoperare, almeno a livello di facciata, quei linguaggi che erano stati dapprima solo rivoluzionari, comunisti hippy o beat che fossero; e i blue jeans finirono per diventare i jeans e se li misero tutti: ministri, preti, poliziotti e generali. Da quarantasette anni a questa parte un sempre maggior numero di figli e figlie di questi ultimi personaggi (o nipoti, nel caso dei preti) hanno potuto finalmente azzardarsi a dire ai loro genitori frasi così: «Papà, la tua attività e la tua strada non mi interessano»; «Papà, non intendo sposarmi ma convivere»; «Papà, sono omosessuale».

Nel libro non parlare di omosessualità. Qual’era l’approccio al tema tra coloro che hanno partecipato alla lotta armata? Nelle cellule c’erano omosessuali?
Una cosa va detta chiaramente: la generazione degli anni ’50, la stessa che è stata la forza del ’68 e delle annate successive di cui abbiamo già detto, e quindi portatrice nel suo complesso di idee di liberazione, è stata però anche l’ultima a essere totalmente intrisa di omofobia, che era la cultura in auge fino a quel tempo, talmente forte da costringere gli stessi omosessuali a fingersi omofobi per non mettere a repentaglio la propria vita sociale e familiare. La sinistra marxista, sia riformista che rivoluzionaria, non diede alcuna centralità a questo fattore, pur se “democraticamente” non agì mai contro, mantenne invece sull’argomento tutti i luoghi comuni, le barzellette, le prese in giro e tutto il resto dell’armamentario della prevenzione. Quelle porte furono infrante da altri, e giova ricordare che il primo movimento di liberazione omosex, il Fuori! ebbe spazio solo nel partito Radicale, che per la prima volta nella storia mise in lista candidati dichiaratamente omosessuali, così come del resto furono sempre i radicali a presentare come capi lista in tutte le circoscrizioni candidati donne.
Certe tematiche cominciarono a penetrare tra noi solo verso i tempi del movimento del ’77, che comprendeva già una mezza generazione successiva rispetto al ’68, e quindi dotata di punti di vista già spostati rispetto ai nostri. Alla fine però pure noi imparammo a dire che «il personale è politico», dopo che per decenni tutta la psicanalisi, ovvero il carico problematico di ogni singola persona, era stata rifiutata in blocco perché, si diceva, nulla aveva a che fare con le contraddizioni di classe tra sfruttati e sfruttatori. Rifacendosi allo slogan sopra ricordato, dovette accadere la caduta del «politico», cioè quel 1980 che segnò la crisi sia della lotta armata che delle grandi lotte di fabbrica, perché l’area di sinistra, divenuta più esistenziale, scoprisse i valori del «personale», ed è di fatti da quel tempo che cominciò a esistere l’Arci Gay.
Per le donne era stato diverso: già presenti nella politica e nel sindacato a livelli almeno intermedi, dopo il 1968, senza neanche conclamare più di tanto il femminismo ma attuando direttamente una trasformazione di massa, occuparono moltissime posizioni nel movimento, ed è rilevante notare che sul totale dei partecipanti alla lotta armata si calcola che le donne siano state il 35%, cioè una su tre in un campo, la guerra, che appartiene propriamente al pensiero maschile, mentre per quanto riguarda l’omosessualità, nei nostri gruppi spuntava solo qualche punta di iceberg o nemmeno quella. Soltanto la fase successiva, quegli anni ’80 del «personale» di cui si è già detto e che per quanto riguarda noi coincisero con il periodo della più vasta e più dura detenzione, proprio per questa separazione coatta in mondi totalmente maschili o femminili come sono le carceri, permise a un numero più ampio del previsto e originariamente insospettato, di trovare conforto, affettività e amore all’interno dello stesso sesso, e finalmente diversi di noi poterono finalmente affermare che quella era la loro strada naturale e non un ripiego dovuto alla costrizione.
Vogliamo ricordare fra tutti un episodio della fine del 1980, avvenuto nelle ultime ore della rivolta del carcere speciale di Trani, quando era ormai imminente l’attacco finale in forze dei reparti speciali, che si prevedeva sarebbe stato – come fu – durissimo. Due compagni che si amavano e che ambivano di poter accarezzare a vicenda i loro corpi e visi ancora integri come poi non sarebbero più stati, poterono farlo perché protetti dalla discrezione e dalla delicatezza di tutti gli altri, nel contempo già schierati a difesa delle postazioni con l’unica disposizione d’animo di vendere cara la pelle.

Cosa rimane oggi di quell’effervescenza ideologica, sociale e culturale che ha aggregato centinaia di giovani?
Il vantaggio della ricchezza è che permette di acquistare il tempo. Chi è privato della prima, fa fatica a stare al passo con il secondo. La ricchezza, con un moto che somiglia all’evaporazione, sale sempre verso l’alto. Però quando è in alto lì rimane, ed è raro che ricada in basso sotto forma di pioggia. Talvolta però succede. Nella misura più grande possibile avvenne in quel periodo che può propriamente chiamarsi decennio rosso, e i beneficiari non furono tanto le avanguardie di lotta, armata o non, ma vasti strati più o meno partecipi dei cicli politici ed economici per i quali valsero oggettivamente, come per tutti, una miriade di provvedimenti legislativi e contrattuali che permisero il primo vero risparmio di massa e consentirono al proletario di allora l’inaudito privilegio di divenire proprietario della propria abitazione, e quindi di poter assicurare alla prole un’eredità. Questo stato di cose durò per un altro decennio, e un certo ottimismo, rivelatosi in seguito infondato, faceva sperare che perdurasse ancora di più. L’effervescenza si era però tramutata in normalità, il ricordo delle lotte si era affievolito, ogni diritto veniva ritenuto garantito senza nemmeno chiedersi donde fosse provenuto; questi i primi sintomi del crollo che c’è poi stato: la crisi della soggettività collettiva.
Un punto anch’esso centrale fu poi quello della droga. A differenza che in America e nelle socialdemocrazie del nord Europa, dove il movimento si sciolse nell’individualità dei paradisi artificiali, in Italia il fenomeno fu posticipato, e prese piede a livello di massa solo dal tempo del riflusso, mentre prima, quando vigeva la lotta, era sostanzialmente assente. Il decennio rosso fu propugnato da gente lucida, casomai inquinata da troppa ideologia ma non da sostanze iniettate, aspirate, ingollate. L’ideologia fu davvero un’arma importante, ma si rivelò a doppio taglio, come noi di sinistra dovremmo sapere fin dai tempi della rivoluzione francese, che alla fine divorò i suoi stessi figli e aprì la strada ai militari, agli affaristi ed alla nuova nobiltà, un po’ come c’è adesso. E così finimmo, per motivi di principio, con lo sparare a tutti e a tutte le categorie, fieri della nostra purezza, mentre la politica è casomai il contrario: isolare di volta in volta un solo nemico e neutralizzarlo col concorso degli alleati di turno. E qui arriviamo al nodo centrale dello scisma politico che ci fu nella sinistra in quegli anni.
Prima c’era solo il partito monolitico che studiava e decideva obbiettivi e alleanze, che venivano resi noti tramite stampa ai propri militanti, cosicché quando veniva decisa una nuova apertura o chiusura, tutti erano tenuti a seguirla di colpo, e l’eventuale opposizione interna si riduceva spesso al solo mugugno. Questo è il modello ottocentesco, fondato sull’idea che pochi intellettuali dovessero stabilire tutto perché la massa proletaria non aveva né la capacità culturale né quella temporale per elaborare strategie fuori dal proprio ambito specifico, cioè la fabbrica o il campo. Questo sistema perdurò, con tutte le particolarità che si vogliano ricordare a seconda di luoghi e casi fino al 1968, quando la lotta collimò infine con la cultura, gli operai con gli studenti, e il rifiuto dello studio e del lavoro liberò tempo per tutti, tempo per leggere, tempo per pensare, confrontarsi, discutere, riunirsi, elaborare, sostenere, propugnare, analizzare, comprendere, divulgare… e poi viaggiare nei posti che prima erano solo un sogno, conoscere altre culture, altre alimentazioni, altre testimonianze, con poco razzismo e molta solidarietà. Tempo per amare, per amarsi e accoppiarsi fuori dalle convenzioni e dalle critiche. E insieme dare importanza alla salute, quindi rifiutare la monetizzazione della nocività, e considerare il lavoro salariato come alienazione mentale e fisica. Assieme a ciò fu rifiutato anche il partito monolitico: sorsero ovunque circoli e gruppi, che divennero formazioni politiche differenziate, talmente diffuse e radicate da pubblicare non uno ma ben tre quotidiani nazionali: Il Manifesto, Lotta Continua e Il quotidiano dei lavoratori. Ciò rispecchiava la tendenza orizzontale, alla pari, piuttosto che quella piramidale. E se ciò riguardava l’ultrasinistra nel senso più ampio, anche nella fascia più legata alla lotta armata, cioè l’area dell’autonomia operaia, si poterono contare più di duecento sigle diverse, oltre alle più note: Brigate rosse, Prima linea, Formazioni comuniste combattenti, Nuclei armati proletari, e tutte le altre organizzazioni.

Il vostro romanzo-testimonianza è carico di dolore e a tratti fa trapelare il pentimento per il sangue versato da tutte le parti in lotta. E’ così?
Il problema della violenza, che porta a spargimento di sangue, morte e distruzione, ha accompagnato tutta la storia dell’umanità. Nell’opinione pubblica, vuoi per adesione, vuoi per costrizione, vuoi per impotenza, vuoi per assuefazione, la violenza esercitata dal potere degli stati e delle corporazioni, cioè quella che riesce ad attuare spesso con successo repressioni e guerre, viene considerata così fatalmente inevitabile da costituire una presenza stabile di cui non si può fare a meno, e ciò perché la disparità delle forze in campo è tale da far ritenere impossibile o utopico porre fine a un governo capace di simili atti. E i governi che si sono succeduti, ovunque e in ogni epoca, con questo tipo di copertura hanno sempre potuto effettuare tali operazioni in nome del proprio ordine pubblico, del proprio ordinamento, delle proprie conclamate necessità statali, della propria presunta superiorità culturale, della propria religione, della propria economia. Risultato: guerre su guerre, interne ed esterne.
L’uomo comune come singolo, o i corpi sociali di volta in volta oppressi da poteri non amichevoli, possono reagire in varie forme, il cui ventaglio è così ampio da variare tra i suoi due estremi: il mugugno e la rivoluzione. L’esempio chiaro viene dalla Francia di oggi, dove una massa di gente che ha studiato e poi lavorato ordinatamente per dieci, venti, trenta, quarant’anni, si sente dire: «Voi non servite più, e siccome sono finiti i soldi, arrangiatevi!». In casi come questi i cittadini tornano a essere sudditi e servi della gleba, perché senza reddito, senza casa, senza cibo non ci può essere evoluzione culturale o esercizio del diritto ma mera sopravvivenza, gli uni contro gli altri nella stessa classe.
Tutte le rivolte sociali ed economiche nascono dal fatto che fra tali sudditi è giocoforza sollevarsi in modo collettivo, più o meno organizzato, quanto meno per elevare la protesta e poi per ottenere qualcosa di concreto. Poiché i governi degli stati implicati non sostengono i propri dettati con dibattiti ma mettono in campo subito la forza, cioè polizia e esercito, ecco che lo strumento della forza si fa largo anche nella controparte; è questa la danza macabra che ha accompagnato ogni vicenda di evoluzione o involuzione sociale da quando è in auge il pensiero maschile, cioè quello che postula per ogni problema, già di primo acchito, soluzioni basate su cazzotti, bastonature, coltellate, sparatorie, cannoneggiamenti e invasioni, a partire dalla violenza domestica fino ai bombardamenti con i droni.
In questo senso la nostra generazione, che era originariamente protestataria e contestatrice, ha poi dovuto elevarsi contro poteri forti che hanno sempre fatto uso della violenza, in un tempo dominato dalla guerra fredda tra le superpotenze, dalla guerra del Vietnam, dalle dittature che sopprimevano a ovest come a est ogni libertà di espressione, dalle economie di rapina effettuate nei continenti poveri, dai tentativi di colpi di stato fascisti spesso riusciti grazie all’aiuto di nazioni democratiche, dallo stragismo, dalle manovre dei servizi segreti che hanno lavorato sempre contro la loro stessa popolazione. Allora il tiro è cambiato e una parte di quella generazione ha deciso di scegliere gli stessi termini guerreschi per tentare se non un cambiamento almeno un diverso indirizzo dello stato delle cose. Abbiamo quindi individuato e ucciso personaggi perché ritenuti ingranaggi altrimenti non neutralizzabili del sistema dominante e opprimente.
Tale responsabilità non riguarda i soli autori materiali delle uccisioni ma appartiene a tutti quanti condividevano questo tipo di strategia. Dopo di che, quando la forza derivante dal rapporto avanguardia-masse venne meno, e la lotta armata si ridusse da torrente a rivolo, abbiamo potuto valutare quei fatti da noi stessi cagionati nei termini di vite per sempre tolte e di affetti familiari per sempre infranti. La lezione che ne deriva è che nulla può essere fatto per il meglio se non si accompagna a gigantesche e difficilissime evoluzioni culturali, che richiedono, come minimo, generazioni intere. Noi scegliemmo la scorciatoia della guerra, col risultato che azzeccammo sì la diagnosi sull’imperialismo, le multinazionali e il capitalismo in genere, ma sbagliammo la terapia, pensando che un sistema così complesso e pronto a colmare i suoi vuoti potesse essere sgominato colpendo qua e là quelle che chiamavamo sue articolazioni: alla fine si è tramutato tutto in rappresaglie e contro rappresaglie, e noi, a discarico, possiamo solo dichiarare che non siamo mai stati stragisti, e che comunque ogni azione da noi portata a termine era mirata verso l’alto, ovverosia verso i detentori e i rappresentanti di potere e di grande ricchezza, mentre in tutte le altre violenze che vengono oggi attuate da stati, organizzazioni o singoli individui, siano esse frutto di bombardamenti con sofisticati aerei o tramite rudimentali kamikaze, ci sono moltitudini di vittime che vengono colpite sempre a casaccio.
Abbiamo accennato prima al pensiero maschile, che è collegato alle armi e alla guerra fin dall’età del gioco, e il cui criterio principale è quello dettato da Von Klausewitz, che definì la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi. Ciò è stato accettato a destra, al centro, a sinistra, a oriente e a occidente come se fosse la realtà naturale dell’intera razza umana, e non quella dei soli maschi. È di estrema importanza che il pensiero femminile, in generale non guerrafondaio ma sottovalutato, tacitato e represso per secoli e secoli, possa finalmente acquisire audience di massa su questo tema così importante, e che il pensiero LGBT, che sicuramente condivide una linea d’amore e non di guerra, possa portare avanti fianco a fianco con le donne una battaglia di civiltà, anche se la fragilità di gente che si espone senza fili spinati può essere colpita in modo terribile, come nei recentissimi e orrendi fatti di Orlando.

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